Prosegugiopiacenza.itCani da caccia, collezionismo e passione italiana

Cane da caccia inquieto in trasferta: come aiutarlo ad adattarsi rapidamente

Enea Forcellinidi Enea Forcellini· 23/08/2026 20:15
Cane da caccia inquieto in trasferta: come aiutarlo ad adattarsi rapidamente

All’alba, sulla piana sassosa che divide l’Umbria dal Lazio, il cielo sembrava una moneta appena lucidata. Nel cassone del pick-up i miei due segugi maremmani tamburellavano con le unghie sulle assi, un ritmo corto, inquieto. Era la prima uscita in un terreno nuovo dopo giorni di pioggia, e io, “quello delle lire d’oro”, facevo girare tra le dita un vecchio marengo come fosse un talismano. L’inquietudine di un cane da caccia in trasferta non è un capriccio: è un messaggio. Decifrarlo in fretta significa dargli una mappa per orientarsi, e a noi la possibilità di trasformare il viaggio in lavoro utile, non in dispersione di energie.

Capire l’inquietudine: odori, ritmo e spazio

Ogni cane da lavoro abita una mappa invisibile fatta di tracce, correnti d’aria, micro-odori di cui noi cogliamo appena i bordi. Quando cambia scenario all’improvviso, quella cartografia si disintegra. Il segugio si ritrova senza i suoi riferimenti: l’ormeggio olfattivo del giardino, il suono delle catene del box, la routine dei passi prima dell’uscita. In questo vuoto aumentano vigilanza e arousal, la frequenza del respiro si accorcia, l’attenzione si frammenta. Non è paura, è sovraccarico di novità, e la prestazione cala proprio mentre l’ambiente chiede lucidità.

La prima risposta è ristabilire segnali stabili. Odori familiari, tempi prevedibili, confini chiari. Funziona con i cani e funziona con noi: quando apro la scatola delle mie monete e ne riprendo in mano una, ritrovo il filo di un racconto. Al cane basta un panno che sappia di casa, la stessa voce nei comandi, il primo percorso tracciato vicino al mezzo, non oltre la soglia della frenesia.

Prima della partenza: abituazione graduale

I giorni precedenti al viaggio sono già parte della trasferta. Io comincio con tragitti brevi verso zone neutrali, lasciando che i maremmani scendano, annusino, risalgano. È una palestra di transizione: poche distrazioni, rientri facili, un boccone leggerissimo a fine esercizio. La cassa da trasporto deve essere il loro rifugio, non una prigione improvvisata: la preparo con una coperta usata, due oggetti di stoffa con odore di casa, aperture regolate per far passare aria senza correnti.

Nelle ore del viaggio preferisco tappe regolari piuttosto che una tirata unica. Acqua a piccoli sorsi, mai ciotole stracolme. Il pasto completo resta indietro, lontano dalla partenza, per evitare nausea o cali. La sosta non è una gara al chilometro: è un’occasione per portare giù la frequenza, allungare il collo, sgranchire i piedi. Se il cane è abituato a una parola-chiave per rientrare in cassa, la sentirete suonare come una promessa, non come una costrizione.

Arrivati sul posto: ancoraggi e routine

Al primo parcheggio non do il via libera. Faccio invece un giro lento al guinzaglio attorno al mezzo, un cerchio ristretto. Lascio a terra il panno con odore di casa e mi siedo un minuto. I cani annusano e capiscono che quel quadrato di mondo è il nostro nuovo molo. Solo dopo sposto il kennel dove non batte il sole diretto, con il fronte rivolto al punto di arrivo, così che ogni rientro abbia una traiettoria intuitiva. L’acqua è tiepida se fa freddo, fresca ma non gelata se fa caldo: il dettaglio evita spasmi e rifiuti.

Le prime uscite sono brevi, quasi dimostrative. Insegno la “firma” del luogo: il vento sul viso, due filari di prugnoli, il bisbiglio dei tordi in fondo alla lama. Non cerco subito il selvatico difficile: cerco un successo semplice, un accenno di pista. La mente del cane lega così la nuova mappa a una ricompensa chiara. È lo stesso motivo per cui, quando espongo una lira importante nella stanza, accanto metto sempre un attrezzo agricolo di famiglia: l’oggetto antico si ancora alla memoria viva.

In questo quadro, le competenze di base restano uguali ovunque. L’istituzione che regola prove e standard delle razze da lavoro, l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana, ricorda da anni che coerenza, segnali puliti e gradualità sono la bussola del conduttore. Fuori casa non si inventano nuovi comandi: si pota l’alfabeto fino all’essenziale.

In azione: dosare la carica senza spegnerla

Quando finalmente apro il cancello della cerca, la prima ondata di energia può sembrare un regalo. In realtà è la fase più delicata. Lascio che i segugi prendano aria, ma intervengo presto con transizioni morbide: una chiamata breve, un cambio di direzione che aggancia, un accenno di rallentamento. È come spianare la piega di un foglio prima di scriverci sopra.

Se il terreno è più duro del solito, la fatica si moltiplica. Mi affido a due strumenti silenziosi: l’acqua con pause intelligenti e la lettura del vento. Beve prima chi ha lavorato con la testa, non solo con i muscoli. Una leccata di miele può aiutare nei crinali lunghi, ma non deve diventare scorciatoia. Guardo la coda: quando oscilla a ritmo irregolare, quando la punta vibra senza motivo, è segnale che l’attenzione sta saltando. In quel punto, meglio un rientro e ripartenza controllata che una tirata confusa.

Il contesto legale cambia da valle a valle, e ricordarlo serve anche alla nostra serenità. Il quadro europeo della Direttiva Uccelli 2009/147/CE influenza calendari e zonazioni; rispettarli significa evitare incidenti di percorso, soste forzate, controlli che spezzano l’andamento della giornata. Un conduttore sereno trasmette ordine: il cane lo sente prima ancora di vederlo.

Micro-rituali che contano

In viaggio ho imparato a ridurre i pensieri all’osso. Primo: stesso tono nella voce. Secondo: stesso ordine dei gesti. Terzo: stesso profumo di base. Tengo un fazzoletto con l’odore del box e lo passo sulle mani prima di allacciare il collare. L’olfatto del cane riconosce quella firma e la usa come stella fissa. Chi preferisce, può utilizzare feromoni sintetici, ma senza farne una stampella: il perno resta l’educazione quotidiana.

Quando il terreno è rumoroso, introduco sempre una pausa silenziosa. Venti passi in ombra, due respiri profondi, la mano che tocca la groppa come a contare il battito. È un gesto antico, qualcosa che i vecchi guardiacaccia chiamavano “rimettere il cane dentro la sua pelle”. Funziona più delle urla, e soprattutto non sporca di echi la prossima chiamata.

Quando la giornata finisce: consolidare ciò che è nuovo

A fine uscita, l’errore classico è lasciare che la stanchezza scriva da sola il racconto. Io faccio l’opposto: due minuti di decompressione allungando il passo su prato pulito, poi rientro al kennel con lo stesso ordine di ingresso del mattino. Un massaggio leggero alle orecchie, un controllo alle unghie, un dito che cerca spine tra i polpastrelli. Il corpo registrerà che l’esperienza ha una fine sicura, non un crollo improvviso.

Nel tardo pomeriggio annoto mentalmente dove i cani hanno trovato il primo appiglio. La prossima volta ripartirò da lì, allargando solo di un margine. Come in numismatica: non si affronta una collezione mista buttando sul tavolo tutte le epoche. Si inizia da una moneta-chiave, si costruisce intorno la narrazione. La trasferta cinofila non è diversa.

La lezione delle lire d’oro

Una volta, durante una battuta in una macchia sconosciuta della Maremma, il più giovane dei miei segugi non smetteva di guaire al minimo fruscio. Non c’era verso di calmarlo. Mi sedetti su un tronco, tirai fuori dal taschino una lira d’oro con l’effigie consunta e la feci dondolare nella luce. Sembrerà superstizione, ma a me ricordò in un istante le mani nodose di mio nonno, le sue pause lente. Alzai gli occhi, richiamai il cane con un fischio secco, lo feci girare due volte intorno al panno che odorava di casa e lo rimandai avanti. Si mise al trotto giusto, come se avesse ritrovato la sua strada. Non era la moneta a contare: era il rituale che la moneta mi aveva restituito.

La verità è che l’inquietudine in trasferta non si elimina, si indirizza. Il cane ci chiede certezze piccole e ripetibili. Noi gliele dobbiamo dare con misura, senza spegnerne il fuoco. Saperlo fare in fretta significa meno tempo perso e più lavoro utile sul selvatico, ma anche una relazione che torna a casa più ricca.

La prossima volta che la piana sembrerà un metallo troppo lucido e i vostri cani batteranno nervosi sul legno della cassa, pensate alla vostra moneta-chiave, qualunque essa sia. Trovate il vostro ancoraggio, restituite al cane il suo. Poi aprite il cancello e lasciate che il vento completi la mappa. Se avete tenuto il filo, sentirete presto, come ho sentito io quella mattina, il respiro farsi profondo e il passo tornare rotondo. È il segnale che la trasferta non è più uno strappo, ma una storia che ha trovato la sua voce.

Enea Forcellini
Enea Forcellini

Enea frequenta le colline umbre con la sua coppia di segugi maremmani. Collezionista autodidatta, è noto tra i cacciatori come “quello delle lire d’oro”, grazie alla collezione che abbina monete antiche e oggetti della tradizione rurale umbra.