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Qual è il modo migliore per addestrare un segugio per la caccia? Consigli pratici dai cinofili

Enea Forcellinidi Enea Forcellini· 29/08/2026 14:09
Qual è il modo migliore per addestrare un segugio per la caccia? Consigli pratici dai cinofili

All’alba, quando la brina fa tintinnare i fili d’erba come una catena di minuscole campanelle, infilo la mano nella tasca della cerata e sento il bordo liscio di un vecchio marengo. È il mio portafortuna, l’oro che mi ha dato il nomignolo tra i compagni di posta. Lira e Marengo, i miei segugi maremmani, tirano la lunga con impazienza educata: conoscono il bosco e il bosco, piano, sta imparando a conoscerli. Ogni uscita comincia così, con un equilibrio tra memoria e novità che è l’essenza dell’addestramento.

La domanda torna sempre nelle braccia umide del mattino: come si fa a formare un segugio da caccia davvero affidabile? La risposta non sta in un trucco segreto ma nella continuità. È una trama fitta, come il merletto di fossi e roveti che scende dalle colline umbre. Si tesse giorno dopo giorno, con gesti piccoli e coerenti, con premi discreti e correzioni sobrie, senza forzature.

La scuola del bosco: imprinting e calma

Il primo capitolo comincia ben prima della prima traccia. Un cucciolo destinato alla seguita deve imparare a stare nel mondo prima di inseguirlo: camminare al fianco senza strattoni, sedersi quando l’aria s’increspa, aspettare. L’odore della terra bagnata, il rumore secco di una ghianda, l’ombra che si muove tra i carpini diventano una grammatica. Senza questa lingua condivisa, nessuna lezione successiva attecchisce.

Con i miei maremmani ho imparato a dosare i minuti. Le prime uscite durano poco, tanto quanto basta per far nascere curiosità senza accendere ansie. Il bosco è scuola severa e generosa: premia la calma. Quando la coda vibra e la testa si alza, lascio che l’istinto parli ma lo incanalo; una carezza breve, la mia voce bassa, e il cane capisce che la calma non spegne la passione, la rende precisa.

Odore, voce e collegamento

Un segugio vive di naso e d’intesa. Il collegamento non è un guinzaglio invisibile, è un dialogo. Si costruisce in casa e in stradina prima che tra le felci: il richiamo deve arrivare uguale, con la stessa inflessione, come una firma riconoscibile anche quando la traccia canta forte. Io uso sempre le stesse due parole, senza urla e senza fischietti capricciosi. Il premio è la mia voce, a volte un contatto breve sul costato. Cibo e bocconi in bosco confondono le acque: l’odore deve restare verità, non trattativa.

Quando il cane prende una passata e tentenna, non lo trascino; lo aspetto. Se sbaglia e si allarga in un cerchio inutile, lo richiamo piano e lo riporto sul punto certo. Gli errori, in questa fase, sono mattoni. L’importante è che li senta suoi. La lunga serve a evitare che la curiosità diventi fuga, non a dettare il ritmo. E ogni passo, dalla prima foglia grattata al primo filo di voce, segue la stessa regola: chiarezza, ripetizione, misura.

La misura vale anche per il calendario. La normativa è cornice e bussola, e il rispetto della Legge 157/1992 non è solo dovere: è una protezione per il cane e per noi. Si lavora nelle giornate con vento giusto, fuori dalle ore calde, e lontano da zone vietate o frequentate da altri animali domestici. La legalità, in bosco, tiene insieme sicurezza e credibilità.

Dalla cerca all’accostamento: la traccia vera

Le lezioni decisive cominciano su tracce modeste, le più antiche del mattino. Il cane deve imparare a leggere la musica bassa della terra prima degli squilli. Con Lira ho cercato per settimane soltanto passate leggere, lasciandola sbrogliare il nodo senza fretta. Il primo abbozzo di accostamento è nato così, tra esitazioni e riprese, fino a quando la sua voce ha cambiato timbro e ha chiamato la mia attenzione come un filo teso.

La selvaggina insegna, ma non tutto insegna bene. Il segugio che domani dovrà ragionare sul cinghiale non può formarsi sulla frenesia casuale. Scelgo terreni puliti, margini di bosco dove le linee sono leggibili, e interrompo con un richiamo fermo se la traccia scivola su caprioli o su piste troppo fresche che invitano all’inseguimento cieco. Il cane non è un proiettile: è un lettore. Premiando l’attenzione al dettaglio, preparo il terreno per l’accostamento corale.

Nelle mattine giuste, quando l’umidità conserva la scrittura sul suolo, lascio che Lira e Marengo lavorino insieme, ma con compiti. Uno tiene la linea, l’altro cerca la conferma laterale. Io osservo, intervengo solo se la spirale si allarga senza logica. È in questi metri che si crea la distinzione tra la voce di seguita e l’abbaiata di eccitazione: la prima è informazione, la seconda è rumore. La differenza fa la giornata.

La muta come scuola: disciplina e sicurezza

Un giovane impara moltissimo camminando a fianco di un anziano sicuro. La coppia giusta è una lezione viva: il vecchio mostra la cadenza, il giovane scopre quando parlare e quando tacere. Ma l’effetto branco è una fiamma rapida. Senza disciplina, diventa incendio. Per questo alterno uscite singole e di coppia, così che ognuno costruisca un bagaglio proprio prima di accordarsi con l’altro.

La sicurezza è la condizione perché la scuola non si interrompa. Un gilet antirovo o anticorteccia, l’acqua nello zaino, la verifica dei polpastrelli al rientro sono abitudini che evitano brutte sorprese quando il lavoro si fa intenso. In zone chiuse o molto mosse uso un collare con campanella discreta; nei terreni vasti preferisco un dispositivo di tracciamento leggero, più per il mio cuore che per loro. L’obiettivo non è controllare, è sapere dove e come stanno ragionando, così da intervenire solo quando serve davvero.

A fine lavoro, la calma torna protagonista. Rientrare bene è parte dell’addestramento come uscire bene. Il richiamo deve spegnere la caccia nella testa prima che nelle gambe. Se il cane arriva convinto e fiero, senza strappi, ho fatto un passo avanti. Il giorno dopo quella fiducia si tradurrà in cento metri di concentrazione in più.

Errori comuni, tempi giusti e prove ufficiali

Gli errori, al netto delle differenze di sangue e carattere, si assomigliano. Bruciare le tappe è il più frequente. Un cucciolone che urla dietro a un’ombra non è un cane pronto: è un tamburo. La voce bella verrà quando la traccia diventa discorso e non schiamazzo. Un altro sbaglio è correggere con rabbia. Il bosco amplifica tutto, anche le nostre stonature. Una correzione breve, ripetuta sempre uguale, vale più di uno sfogo. Infine, l’ossessione della selvaggina “giusta” può chiudere gli occhi su ciò che conta: metodo, continuità, salute.

La progressione stagionale aiuta a non inciampare. L’uscita primaverile è palestra per i sensi, quella estiva allena la testa al caldo e ai silenzi, l’autunno mette insieme i pezzi. Nei giorni di riposo, il lavoro continua con la manutenzione: piedi, unghie, orecchie, alimentazione sobria. Un cane in forma impara più in fretta perché il corpo non fa rumore dentro la mente.

Chi cerca un riscontro oggettivo, oltre al conforto del bosco, trova nelle prove di lavoro un banco di misura e di confronto. L’iscrizione e la partecipazione, nel rispetto di regolamenti e tracciati, passano dall’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana e dalle sezioni cinofile locali. Non è una passerella: è un modo per tarare la bussola, ascoltare giudizi tecnici, capire dove rafforzare e dove alleggerire. Ne ho tratto spesso indicazioni preziose, più utili di cento aneddoti scambiati al bar del paese.

Il rapporto con il territorio chiude il cerchio. La caccia è convivenza, non assalto. Avviso i proprietari dei fondi, evito i coltivi sensibili, lascio il bosco come l’ho trovato. I segugi, quando lo capiscono, entrano e escono dalle siepi con una leggerezza diversa, come se la traccia fosse un prestito e non una preda. È un’etica che si specchia nella legge, ma soprattutto nella reputazione della nostra comunità.

Qualcuno mi chiede se le mie lire d’oro contino qualcosa, in tutto questo. Sorrido. Forse, nel tocco levigato di quelle monete, c’è un promemoria: la pazienza paga. Una patina bella si fa piano, come un segugio che matura. Non c’è scorciatoia per la profondità, né nella numismatica né in bosco. Ci sono giornate di luce, giornate storte, e una continuità che ripara gli eccessi.

Stasera, rientrando, Lira appoggia il muso sul mio ginocchio mentre controllo i polpastrelli; Marengo, più vanitoso, aspetta che gli sfili il gilet. Svuoto la tasca: il marengo cade sul tavolo e suona un colpo secco, lo stesso ritmo della campanella che stamattina, tra i lecci, mi ha detto che stavano sulla buona strada. Domani ricominceremo da lì, dalla nota giusta che apre il pentagramma. Il bosco, come la collezione, non scappa. Premia chi torna, uguale e un po’ migliore, ogni volta.

Enea Forcellini
Enea Forcellini

Enea frequenta le colline umbre con la sua coppia di segugi maremmani. Collezionista autodidatta, è noto tra i cacciatori come “quello delle lire d’oro”, grazie alla collezione che abbina monete antiche e oggetti della tradizione rurale umbra.